Tra i segni più evidenti della demenza vi è la progressiva alterazione del linguaggio verbale.
Con l’avanzare della malattia, la persona può avere difficoltà a trovare le parole, esprimersi in modo chiaro o comprendere ciò che le viene detto.
Nei casi più avanzati, il linguaggio può diventare poco comprensibile o ridursi notevolmente.
Questa difficoltà può portare la persona a parlare sempre meno, fino a chiudersi in sé stessa. Si innesca così un circolo vizioso: il declino cognitivo riduce la capacità comunicativa, il minor uso della parola aumenta l’isolamento sociale e questo, a sua volta, contribuisce ad accelerare il deterioramento.
Le conseguenze non riguardano solo la sfera cognitiva, ma anche quella emotiva.
La persona con demenza può sentirsi frustrata, non compresa o esclusa. Allo stesso tempo, chi se ne prende cura può sperimentare sentimenti di impotenza, smarrimento e frustrazione di fronte alla difficoltà di comunicare con il proprio caro.
Di fronte a queste difficoltà, è frequente che la comunicazione diventi sempre più direttiva: il caregiver tende a dare indicazioni, correggere, richiamare o anticipare le azioni (“fai questo”, “non fare così”).
Si crea così una relazione sbilanciata, in cui lo scambio si riduce e la persona con demenza rischia di perdere progressivamente il proprio spazio espressivo.
Mantenere viva la comunicazione
Favorire la comunicazione, anche nelle fasi più avanzate della malattia, è possibile.
Secondo l’approccio capacitante di Pietro Vigorelli, l’obiettivo principale è tenere viva la conversazione, indipendentemente dalla correttezza formale del linguaggio.
Questo significa spostare l’attenzione dal “dire bene” al “continuare a comunicare”.
Le parole non devono essere perfette: ciò che conta è la relazione. Anche un gesto, uno sguardo o una parola incompleta hanno valore comunicativo.
In questa prospettiva, è fondamentale:
- riconoscere che tutti i comportamenti comunicano qualcosa, anche quelli non verbali o apparentemente incomprensibili;
- utilizzare un linguaggio semplice, parlando lentamente e con un tono calmo;
- lasciare tempo alla persona di rispondere, rispettando silenzi e pause;
- mostrare interesse autentico, favorendo un clima di accoglienza e fiducia.
Quando la persona si sente ascoltata e riconosciuta, è più probabile che partecipi attivamente allo scambio, mantenendo vive le proprie capacità residue.
Strategie pratiche per comunicare meglio
Di seguito alcuni suggerimenti utili, ispirati all’approccio capacitante:
Cosa evitare:
- Fare domande incalzanti o troppo complesse
- Correggere o contraddire continuamente
- Interrompere o completare le frasi
- Mostrare impazienza o giudizio
- Forzare la comunicazione quando la persona è in difficoltà
Cosa favorire:
- Ascoltare con attenzione, anche quando il discorso è frammentato
- Rispettare i tempi, accogliendo lentezza e silenzi
- Riconoscere l’intenzione comunicativa, oltre le parole
- Rispondere in modo empatico, mettendosi nei panni dell’altro
- Riprendere e valorizzare le parole della persona
- Restituire il senso del discorso, aiutando a mantenere il filo narrativo
- Dare valore alle emozioni, osservando espressioni, tono della voce e gesti
- Parlare di esperienze familiari, soprattutto legate al passato, spesso più accessibili
Ulteriori suggerimenti pratici
Per facilitare la comunicazione nella quotidianità, possono essere utili alcuni accorgimenti concreti:
- Usare oggetti o immagini: foto di famiglia, oggetti familiari o ricordi visivi possono stimolare il linguaggio e favorire il recupero di memorie.
- Proporre attività condivise: cucinare insieme, prendersi cura delle piante, ascoltare musica o svolgere piccoli lavori manuali crea occasioni spontanee di comunicazione.
- Mantenere routine prevedibili: una struttura quotidiana stabile rende l’ambiente più comprensibile e rassicurante, facilitando lo scambio.
- Evitare sovrastimolazioni: ambienti troppo rumorosi o affollati possono generare confusione e ostacolare la comunicazione.
Alla base di questi suggerimenti vi è il principio dell’approccio capacitante: ogni persona con demenza conserva, anche nelle fasi più avanzate, alcune capacità residue. Il compito di chi assiste non è correggere o “riparare”, ma riconoscere e valorizzare ciò che la persona è ancora in grado di esprimere, favorendo interazioni autentiche.
